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L’“aziendalese” non rende più intelligenti: lo studio che smonta la fuffa manageriale

today14 Maggio 2026 3

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Parlare con inglesismi, termini tecnici e frasi ad effetto non significa necessariamente essere più preparati. Anzi, secondo una ricerca della Cornell University, il cosiddetto “aziendalese” potrebbe essere legato a minori capacità analitiche e decisionali.

Nel mondo del lavoro moderno capita sempre più spesso di imbattersi in colleghi o manager che utilizzano espressioni come “growth hacking”, “approccio data-driven”, “cross-sinergico” o “team building” per descrivere attività quotidiane o strategie aziendali.

Un linguaggio che vuole apparire professionale e innovativo, ma che secondo gli studiosi rischia di trasformarsi in semplice “fuffa aziendale”.

Cos’è l’aziendalese

Con il termine “aziendalese” si indica un modo di comunicare ricco di inglesismi, formule manageriali e parole complesse utilizzate per impressionare interlocutori e colleghi.

Spesso questi discorsi risultano sofisticati all’apparenza, ma poco chiari nei contenuti reali. In molti casi il linguaggio aziendale moderno finisce per complicare concetti semplici invece di renderli comprensibili.

Secondo la ricerca, questo tipo di comunicazione sarebbe molto diffuso soprattutto negli ambienti professionali dove conta maggiormente l’immagine personale.

Lo studio sulla “fuffa aziendale”

I ricercatori hanno utilizzato uno strumento chiamato Corporate Bullshit Receptivity Scale, abbreviato CBSR, creato per misurare quanto le persone siano influenzate dalla retorica aziendale priva di significato concreto.

Lo strumento genera automaticamente frasi apparentemente professionali ma prive di senso reale, una sorta di linguaggio manageriale artificiale costruito per sembrare autorevole.

A oltre mille lavoratori è stato chiesto di valutare queste frasi. Il risultato ha mostrato che le persone più attratte da questo stile comunicativo tendevano a considerare più competenti e carismatici i dirigenti che utilizzavano parole altisonanti e discorsi complicati.

Chi ama l’aziendalese avrebbe capacità decisionali più basse

La parte più sorprendente dello studio riguarda però le capacità cognitive dei partecipanti. Secondo i ricercatori, le persone maggiormente affascinate dalla “fuffa aziendale” avrebbero ottenuto punteggi inferiori nei test relativi a:

  • pensiero analitico;
  • riflessione cognitiva;
  • intelligenza fluida;
  • efficacia nel processo decisionale.

Inoltre, proprio chi si lasciava convincere più facilmente da queste frasi tendeva anche a diffonderle maggiormente all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il rischio di premiare l’apparenza

Lo studio mette in evidenza un problema sempre più presente nel mondo professionale: molte aziende finiscono per valorizzare chi sa comunicare bene la propria immagine più che chi possiede competenze concrete.

In pratica viene premiata la capacità di “impacchettare” concetti e presentarsi in modo brillante, anche quando i contenuti sono deboli o poco chiari.

Secondo gli esperti, questo meccanismo può diventare dannoso nel lungo periodo, influenzando negativamente le decisioni aziendali e causando problemi economici, organizzativi e reputazionali.

La chiarezza resta il vero segno della competenza

Comunicare in modo semplice non significa essere meno professionali. Al contrario, spiegare concetti complessi con chiarezza è spesso indice di reale preparazione.

Il rischio dell’aziendalese è quello di trasformare il lavoro in una continua ricerca dell’effetto scenico, dove la forma finisce per prevalere sulla sostanza.

E alla lunga, la finzione difficilmente riesce a sostituire la competenza vera.

Come migliorare la comunicazione in azienda

Per una comunicazione più efficace gli esperti consigliano di:

  • usare parole semplici e dirette;
  • evitare inglesismi inutili;
  • privilegiare contenuti concreti;
  • spiegare chiaramente obiettivi e strategie;
  • puntare sulla sostanza invece che sull’apparenza.

Perché in azienda la credibilità non dovrebbe dipendere dalla “fuffa”, ma dalla capacità di creare valore reale.

Scritto da: Fina Leocata

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