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“Sono fatto così”: ma è davvero il DNA a decidere la nostra personalità?

today21 Settembre 2026 4

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“Che ci posso fare? Sono fatto così.”

Quante volte abbiamo pronunciato questa frase?

La utilizziamo per spiegare la timidezza, l’impulsività, il bisogno di stare con gli altri, la difficoltà a fidarci, la nostra capacità di essere pazienti o persino il modo in cui affrontiamo i problemi.

Quasi come se da qualche parte nel nostro DNA ci fosse già scritto tutto.

Ma siamo davvero nati così?

E soprattutto: quanto della persona che siamo oggi era già deciso quando siamo venuti al mondo?

La genetica ha certamente un ruolo nella personalità. Ma le ricerche mostrano che trasformare questa affermazione in “il carattere è scritto nel DNA” sarebbe una grande semplificazione.

Se leggessimo il tuo DNA potremmo sapere che persona sei?

È probabilmente il modo più semplice per affrontare la questione.

Immaginiamo di consegnare il nostro DNA a uno scienziato senza raccontargli nulla di noi.

Potrebbe stabilire se siamo gentili?

Se siamo introversi?

Se ci piace rischiare?

Se siamo particolarmente organizzati o tendiamo a preoccuparci facilmente?

Non con la precisione che potremmo immaginare.

Michel Nivard, epidemiologo genetico dell’Università di Bristol e autore senior di uno studio sul tema, ha spiegato a ScienceAlert che se l’obiettivo fosse conoscere la personalità di un singolo individuo, partire dai suoi geni sarebbe poco utile.

Per sapere com’è una persona è molto più efficace misurarne direttamente la personalità.

I geni, in questo caso, non forniscono una specie di carta d’identità psicologica nascosta.

Eppure la personalità è anche ereditaria

Questo non significa che la genetica non conti.

Gli studi mostrano che numerosi tratti della personalità presentano una componente ereditaria.

Possiamo quindi nascere con predisposizioni differenti.

Qualcuno potrebbe avere una maggiore tendenza verso determinati comportamenti o reazioni rispetto a qualcun altro.

Ma qui c’è una parola fondamentale: predisposizione.

Una predisposizione non è una condanna e nemmeno una previsione precisa del futuro.

Il DNA contribuisce alle differenze tra gli individui, ma non determina da solo il risultato finale.

Basta guardare cosa succede ai gemelli identici

I gemelli monozigoti rappresentano uno degli esempi più affascinanti.

Condividono praticamente lo stesso patrimonio genetico e spesso crescono nella stessa famiglia.

Eppure non diventano necessariamente due persone con personalità identiche.

Possono presentare importanti somiglianze, ma anche sviluppare differenze.

Uno può essere più espansivo, l’altro più riservato.

Uno può reagire alle difficoltà in un modo, l’altro diversamente.

Se possiedono quasi lo stesso DNA, da dove arrivano queste differenze?

La risposta ci porta a tutto ciò che succede dopo la nascita.

Due fratelli possono vivere nella stessa casa ma non avere la stessa vita

Quando diciamo “ambiente” pensiamo spesso alla famiglia.

Ma l’ambiente è molto di più.

Sono gli amici che incontriamo.

Gli insegnanti.

Le esperienze scolastiche.

Le relazioni sentimentali.

I successi.

Le delusioni.

Il lavoro.

Le occasioni che abbiamo e quelle che perdiamo.

Persino due fratelli cresciuti sotto lo stesso tetto possono attraversare esperienze individuali profondamente differenti.

Uno può incontrare a 15 anni una persona capace di aumentare enormemente la sua sicurezza.

L’altro può vivere nello stesso periodo un’esperienza che lo rende più prudente.

La casa è la stessa.

La storia personale no.

Anche gli altri contribuiscono a costruire chi siamo

C’è poi un meccanismo ancora più sottile.

Il modo in cui siamo influenza il comportamento delle persone nei nostri confronti e, contemporaneamente, le loro reazioni possono influenzare noi.

Un bambino particolarmente socievole potrebbe ricevere più occasioni di interazione.

Uno più riservato potrebbe costruire rapporti differenti.

Nel corso degli anni queste esperienze possono accumularsi.

Genetica e ambiente, quindi, non sono necessariamente due forze separate che si contendono la nostra personalità.

Interagiscono continuamente.

Persino essere “gentili” cambia significato a seconda di dove viviamo

Un altro elemento decisivo è la cultura.

Nivard porta l’esempio dell’amabilità, un tratto che comprende aspetti come cooperazione, empatia e attenzione agli altri.

Potremmo pensare che sia una caratteristica semplice da misurare.

In realtà il modo nel quale viene espressa e interpretata può cambiare tra culture, generazioni e fasce d’età.

Un comportamento considerato perfettamente normale in una società potrebbe essere interpretato diversamente in un’altra.

Anche ciò che chiamiamo “personalità”, quindi, viene osservato all’interno del mondo sociale nel quale viviamo.

A 50 anni siamo davvero la stessa persona che eravamo a 20?

Non completamente.

La personalità tende a mostrare una certa continuità: non cambiamo identità ogni cinque anni.

Ma questo non significa che i nostri tratti rimangano congelati per sempre.

Crescendo possiamo diventare più prudenti, più sicuri, più organizzati o modificare il modo nel quale gestiamo emozioni e rapporti con gli altri.

Esperienze e cambiamenti della vita possono accompagnarsi a trasformazioni graduali della personalità.

Pensare “sono sempre stato così, quindi sarò sempre così” può quindi essere una conclusione troppo rigida.

Ma possiamo scegliere chi diventare?

Anche qui la risposta non è semplicemente sì.

Non possiamo selezionare la nostra personalità come scegliamo un vestito.

Una persona molto introversa non può decidere un lunedì mattina di diventare improvvisamente estroversa.

Ma possiamo modificare comportamenti, abitudini e modi di reagire.

Possiamo imparare a gestire meglio alcune situazioni.

Possiamo scegliere, almeno in parte, gli ambienti che frequentiamo.

Possiamo acquisire nuove capacità e vivere esperienze che nel tempo contribuiscono al nostro sviluppo.

Il fatto che qualcosa abbia una componente genetica non significa quindi che sia impossibile cambiarla.

Il DNA è il punto di partenza, non il finale della storia

Forse è questa l’immagine più semplice.

Alla nascita non siamo una pagina completamente bianca.

Arriviamo al mondo con una biologia e con determinate predisposizioni.

Ma non siamo nemmeno un libro già stampato nel quale basta voltare le pagine per scoprire un futuro deciso in anticipo.

Tra il punto di partenza e la persona che diventiamo ci sono anni di esperienze, relazioni, cultura e cambiamenti.

Ecco perché la domanda “contano più i geni o l’ambiente?” rischia di essere sbagliata.

La personalità nasce proprio dalla loro continua interazione.

Quindi cosa ci rende davvero noi stessi?

Non un singolo gene.

Non soltanto i nostri genitori.

Non esclusivamente ciò che ci è successo.

Siamo il risultato di predisposizioni biologiche che incontrano una storia personale irripetibile.

Il DNA può contribuire a spiegare perché partiamo con determinate tendenze.

Ma non è in grado di raccontare da solo chi saremo a 20, 40 o 70 anni.

E allora la prossima volta che ci verrà spontaneo dire “sono fatto così”, potremmo aggiungere una piccola parola:

“oggi”.

Perché avere una personalità relativamente stabile non significa essere completamente immobili.

I geni partecipano alla storia di chi siamo. Ma non ne scrivono da soli l’ultima pagina.

Scritto da: Fina Leocata

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